Foto del Parlamento Italiano20 febbraio 2016 Il summit dell’Unione europea degli ultimi due giorni aveva come ingrediente principale lo scioglimento del nodo chiamato “Brexit”, ossia come evitare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. I 28 hanno affrontato le varie questioni poste dal primo ministro inglese David Cameron che avrebbero dovuto ridefinire il modo del Regno Unito di stare in Europa e, allo stesso tempo, avvantaggiare il premier sui suoi avversari in patria, che chiedono l’uscita dall’Unione. Il fatto è che Cameron ha previsto un referendum popolare da tenere entro l’anno sulla questione e vuol presentarsi davanti al suo elettorato con qualche risultato per poter tentare di convincere il suo popolo (secondo i sondaggi in maggioranza euroscettico) a votare sì all’Europa.

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Il premier Cameron, arrivando a Bruxelles ha detto: «Mi batterò per la Gran Bretagna. Se riusciamo ad ottenere un buon accordo allora l’accetterò. Ma non accetterò un accordo che non risponde alle nostre necessità.», non certo un buon viatico per cominciare una discussione…

Quattro sono i punti su cui Londra vuole il risultato:

1) la prospettiva di non essere penalizzata dalle regole che vengono adottate dagli Stati che aderiscono all’euro;

2) il processo per una maggiore integrazione europea non può costringere tutti gli Stati ad aderirvi: ed infatti la bozza dell’accordo in discussione riconosce le specificità del Regno Unito e prevede che Londra non sarà costretta ad impegnarsi in un’ulteriore integrazione politica;

3) l’eventualità di rafforzare il mercato interno, di concludere accordi commerciali e ridurre i vincoli della regolamentazione attraverso verifiche annuali;

4) possibilità di limitare i benefici del welfare per tutti gli immigrati, anche di Paesi dell’Unione, nei primi sette anni della loro residenza in Gran Bretagna.

Molte sono state le resistenze tra i membri dell’Unione europea alle concessioni richieste da Cameron: prime fra tutte quelle dei Paesi dell’Est europeo a tutela dei propri cittadini emigrati in Gran Bretagna in numero consistente, che si troverebbero senza previdenze sociali.

Sulla questione si rischierebbe, inoltre di creare un precedente che introdurrebbe delle limitazioni al principio di libera circolazione e a quello di non discriminazione.

Ma anche il presidente francese Hollande non è un fan dell’accordo e ha chiesto che chi si pone fuori dal percorso di integrazione non possa, poi, condizionare al ribasso gli accordi tra chi vuole una unione sempre più stretta. La Francia, oltretutto, non è favorevole a conferire alla City di Londra ulteriori favoritismi che le deriverebbero dall’impostazione dell’accordo.

Ciò che ha complicato ancora maggiormente l‘intesa è stata anche la questione dell’immigrazione, altro punto all’ordine del giorno del Consiglio europeo.

Sull’immigrazione, si sa, i nervi dei vari Paesi dell’Europa sono scoperti, tanto che il capo del governo greco, Alexis Tsipras, è arrivato a minacciare il veto su ogni concessione alla Gran Bretagna se le frontiere tra il suo paese e il resto dell’Unione dovessero chiudersi.

A notte fonda e all'unanimità Cameron è riuscito ad ottenere tutto ed in particolare che alla prossima revisione dei Trattati, il Regno Unito si vedrà formalmente riconoscere uno speciale status per cui sarà esentato dal principio di “Unione sempre più stretta” che esiste fin dagli albori del progetto europeo.

Dati questi presupposti non c’è da meravigliarsi se il premier nell’incontro con i giornalisti ha sentenziato: «Ora posso raccomandare di votare per la permanenza della Gran Bretagna nella UE.»

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